Lettere e cultura

Guardare le lacrime di San Lorenzo pensando a Pascoli

Il 10 agosto 1867 la vita di Giovanni Pascoli è scossa da un evento drammatico che influenza tutta la sua produzione poetica successiva: il padre Ruggero, mentre torna a casa in calesse, viene ucciso con una fucilata. Il poeta indaga a lungo su mandanti ed esecutori del delitto, giungendo anche ad avere concreti sospetti: molti sapevano che il mandante dell’omicidio era stato Pietro Cacciaguerra, un ricco possidente, e i due sicari Pagliarani e Della Rocca. Ruggero Pascoli era stato ucciso perché ritenuto un ‘testimone scomodo’ di un commercio illegale di sale, all’epoca monopolio di Stato, che avveniva presso la proprietà dei Torlonia; nonostante i sospetti, il delitto rimase impunito e venne archiviato nel 1916 dalla magistratura, dopo tre processi, come «commesso da ignoti.». Pascoli e la famiglia rimasero profondamente turbati dall’attività della giustizia, che aveva agito «per occultare l’infame, o gli infami assassini con la complicità dell’inqualificabile mutismo del paese».

La morte di Ruggero Pascoli è ricordata dal poeta nella lirica X agosto, composta da sei quartine di decasillabi e novenari a rime alternate. Il titolo, oltre ad indicare la data della morte del padre del poeta, è un riferimento alla croce cristiana.

Il 10 agosto è il giorno di San Lorenzo, in cui le stelle cadenti, che rappresenterebbero le lacrime del santo, sono particolarmente numerose. Il poeta paragona la morte del padre al pianto di stelle che proprio nello stesso giorno si riversa sulla Terra.

San Lorenzo, Io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.

Ora è là come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Le prime strofe sono dedicate alla morte di una rondine che, mentre tornava al “tetto”, portava dei vermi ai suoi rondinini. La morte della rondine è resa più drammatica dal fatto che l’animale giace con le ali aperte, come fosse in croce, a simboleggiare l’ingiustizia della sua uccisione e la sua innocenza.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido
portava due bambole in dono…

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

Nella quarta e nella quinta strofa viene descritta la morte del padre che stava tornando al suo nido, portando due bambole in dono alle figlie. Quando viene ucciso, chiede perdono per i peccati commessi e rivolge le bambole al cielo, quasi invocando pietà per un uomo che deve prendersi cura dei propri figli; ma il cielo in quel momento era troppo lontano per ascoltare le preghiere di un uomo innocente.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

Nell’ultima strofa Pascoli paragona il suo dolore individuale a quello del mondo intero, riprendendo il discorso presentato all’inizio. Contrappone la serenità divina, spesso passiva verso i problemi umani, alla malvagità e all’ingiustizia che regnano da sempre sulla Terra.

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