L’infinito è la poesia più famosa di Leopardi. Composta nel 1819 a Recanati, è stata pubblicata per la prima volta nel 1825 nel periodico bolognese “Il Nuovo Ricoglitore”, per poi confluire nell’edizione dei Canti del ’31.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Parafrasi

Questo solitario colle (il monte Tabor, a Recanati) mi fu da sempre caro, e anche questa siepe, che impedisce alla vista di scorgere gran parte dell’estremo (ultimo) orizzonte. Ma stando seduto e puntando lo sguardo, io mi immagino (fingo, latinismo = immaginare) nel pensiero spazi infiniti e silenzi al di là di quelli percepibili dall’esperienza umana e una quiete assoluta, dove poco manca che il cuore non provi sgomento. E quando odo stormire il vento fra queste piante, paragono quel silenzio infinito a questo rumore del vento: e nasce nella mia mente il pensiero dell’eterno, delle epoche passate, del tempo presente e della sua voce. Così in questa immensità il mio pensiero si smarrisce: la mia coscienza si perde dolcemente nella vastità dell’infinito.

Analisi e commento

La poesia si articola in due momenti, che corrispondono a due sfere sensoriali diverse (vista e udito)

Primo momento (vv. 1- 8): il poeta si trova sul monte Tabor, ma non riesce a vedere il paesaggio perché la sua vista è offuscata da una siepe. Allora il suo pensiero si sottrae al reale, costruendo l’idea di una infinito spaziale.

Secondo momento (vv. 8- 15): lo stormire del vento tra le piante stimola la sua fantasia. La voce del vento è paragonata all’infinito silenzio creato dall’immaginazione. Il poeta si perde in un infinito temporale, in contrasto con il tempo passato e l’attimo presente.

Tra i due momenti c’è un passaggio psicologico: l’io lirico prova sgomento, per poi annegarsi dolcemente in quell’infinito immaginato.

Alcune parole si avvicinano al concetto di infinito:

  • Sempre
  • Orizzonte
  • Eterno
  • Immensità
  • Mare
  • Interminati
  • Sovrumani
  • Profondissima

Inoltre, lo spazio della poesia è sconosciuto, ciò aiuta a creare l’idea di infinito.

L’infinito di Leopardi non è un’esperienza mistica di elevazione, ma un processo mentale, una costruzione della fantasia. Leopardi, infatti, è ateo e non ha una visione religiosa e, in contraddizione al contesto romantico, ha una visione meccanicistica del mondo (razionalismo). Ciò nonostante Leopardi è il più romantico degli autori italiani, egli non è richiudibile in una categoria.

Le strutture formali

Componimento di quindici versi in endecasillabi sciolti; lo schema rimico non è preciso, nonostante vi siano rime ed assonanze. Sono presenti molti enjambements, spezzature del verso, come nei versi 4-5:

Ma sedendo e mirando, interminati |
spazi
di là da quella, e sovrumani |
silenzi
, e profondissima quïete

Sono presenti alcune anastrofi (inversioni dell’ordine abituale di due parole in un gruppo), come nel primo verso: «Sempre caro mi fu quest’ermo colle».

Si segnalano due metafore: «a questa voce» (v. 10), che corrisponde al rumore del vento, e la perdita dell’io lirico del poeta nell’immensità (v. 15).

Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare

Leopardi ricorre spesso all’iperbole, come nel caso degli «interminati spazi», dei «sovrumani silenzi» e della «profondissima quiete», e all’antitesi, accostamento di elementi contrastanti nella stessa frase.

e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva
, e il suon di lei.

L’ultimo verso, «e il naufragar m’è dolce in questo mare», oltre ad una metafora, cela un ossimoro (accostamento di parole che esprimono concetti opposti).

La punteggiatura è quasi assente; dopo i rari segni di punteggiatura è posta spesso la congiunzione coordinativa «e». Troviamo spesso il polisindeto: figura sintattica consistente nel collegare varie proposizioni di un periodo con numerose ripetute congiunzioni.

Ricapitolando:

Enjambements: vv. 2-3; vv. 4-5; vv. 5-6; vv. 8-9; vv. 9-10; vv. 13-14.

Anastrofi: vv. 4-7, vv. 8-9, v. 15.

Metafore: v. 10, v. 15.

Iperboli: vv. 4-5; vv. 5-6; v. 6.

Antitesi: vv. 2, 5; vv. 9-10; vv. 12-13.

Polisindeti: vv. 5-6 e vv. 11-13.

Per approfondire 📌

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