Canzone composta nell’aprile del 1828, che apre la stagione dei Canti pisano-recanatesi, definiti anche Grandi idilli.

Il nome Silvia è in onore di Torquato Tasso: Silvia è la ninfa del dramma pastorale Aminta. Inoltre, cela l’identità di Teresa Fattorini, la giovane figlia deceduta del cocchiere di casa Leopardi.

Analisi con figure retoriche e commento

Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi
?

Nella prima strofa (vv. 1-6) il poeta si rivolge a Silvia e le domanda se ricorda la sua vita mortale e la giovinezza, quando la bellezza risplendeva nei suoi occhi gioiosi e schivi e lei, serena e al tempo stesso assorta in un’ombra di mestizia, era sul punto di oltrepassare la soglia della gioventù. Per Leopardi «una giovane dai sedici ai diciotto anni ha nel suo viso,ne’ suoi moti,nelle sue voci,salti, ecc., un non so che di divino, che niente può agguagliare» (Zibaldone, 30 giugno 1828).

Al primo verso, «Silvia» è un’apostrofe, procedimento stilistico per rivolgersi ad una persona e interrompere l’ordine consueto del discorso. (V. 5) Silvia è «lieta e pensosa», si tratta di un ossimoro, l’accostamento di termini che esprimono concetti contrari. Il poeta ricorda che Silvia stava raggiungendo (vv. 5-6) «il limitare della gioventù», quindi si accingeva a diventare adulta: si tratta di una metafora, che rappresenta la vita come una strada in salita. Al verso 6, notiamo che «salivi» è anagramma di Silvia.

Sonavan le quiete
stanze
, e le vie dintorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all’opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
cosí menare il giorno.

Nella seconda strofa (vv. 7-14) viene descritto il canto della fanciulla mentre lavora al telaio («opre femminili») nel mese di maggio (ripresa della figura di Penelope).

Al verso 7 troviamo un enjambment, mentre al 13 è presente una metafora: «il maggio odoroso» è la stagione della primavera, ma anche una simbolo della giovinezza e della speranza.

Io, gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte
,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.

Nella terza strofa (vv. 15 – 27) il poeta è il protagonista, egli racconta che trascorreva il tempo studiando e ascoltando la voce di Silvia, per poi distrarsi a rimirare il cielo ed il paesaggio. Esso è vasto, il poeta focalizza alcuni singoli elementi che lo caratterizzano come il cielo, il mare e i monti. I colori sono: celeste (ciel), dorato (vie) e verde (orti). In questo momento di pausa Leopardi prova sentimenti molto forti, che non riesce a comunicare a parole.

(V. 15) «sudate carte» è una metonimia, figura retorica che prevede la sostituzione di una parola con un’altra che abbia con la prima una determinata relazione (contiguità logica o materiale). Le carte sono così faticose da far sudare (relazione di causa-effetto), così come lo è la «faticosa tela» (v. 22); anche al verso 26 è presente una metonimia («lingua mortal»), dove si sostituisce lo strumento (la parola) a chi lo utilizza (l’uomo). (Vv. 17-18) è un iperbato: inversione dell’ordine usuale della frase o del periodo. (Vv. 20-21) «porgea gli orecchi al suon della tua voce/ ed alla man veloce» è uno zeugma, figura di parola che consiste nell’usare una parola (di solito un verbo) riferita a due termini, mentre si adatta ad uno solo dei due. (V. 25) «e quinci il mar da lungi, e quindi il monte» vede un’assonanza, fenomeno metrico che consiste nella parziale identità di suoni di due o più versi.

Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!

Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato,
e tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?

Nella quarta strofa (vv. 28 – 39) il poeta si rivolge a Silvia, il suo sentire nel presente è disilluso, le speranze hanno lasciato spazio all’amarezza. Il dolore del poeta è tanto più crudo perché confrontato con le attese e la fiducia del passato. Leopardi recrimina contro la natura, che promette agli uomini una vita felice solo che, nel momento in cui raggiungono l’età adulta, quelle promesse si rivelano vane e subentra il disincanto.

Il primo verso presenta una climax: sono usati più termini con intensità crescente, e un’anafora (ripetizione) di «che». Nella strofa sono presenti due apostrofi riferite a Silvia (v. 29) e alla natura (v. 36).

Tu, pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi
;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dí festivi
ragionavan d’amore.

Nella quinta strofa (vv. 40 – 48) si rievoca Silvia, deceduta a causa del tifo nel fiore dei sui anni, verso la fine dell’autunno. Silvia non era ancora adolescente e non aveva potuto godere della sua giovinezza; non ha provato piacere per i complimenti e le lodi rivolte alla sua chioma scura, per gli sguardi degli spasimanti e per le chiacchiere con le sue amiche (l’espressione «ragionavan d’amore» è tipica del Dolce Stilnovo).

Al verso 40 troviamo una metafora: prima che l’inverno inaridisca l’erba vuol dire prima che arrivi l’età adulta. Al verso 42 è presente un’altra apostrofe («o tenerella») e un enjambement («e non vedevi / il fior degli anni tuoi»). Con la metafora «il fiore degli anni tuoi», Leopardi intende la giovinezza. (V. 46) «innamorati e schivi» è una metonimia.

Anche peria fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati
la giovanezza.
Ahi, come,
come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!

questo è quel mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
questa la sorte dell’umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.

Nella sesta strofa (vv. 49 – 63) il poeta è vuoto delle illusioni che l’avevano accompagnato: aveva immaginato con Silvia un futuro rispetto alle gioie, all’amore e agli avvenimenti che li hanno travolti. Nel figurarsi il futuro la vaghezza è un elemento ricorrente e accompagnato anche da grande fiducia. Chiude il testo la fredda morte della fanciulla.

(Vv. 49-51) Anafora di «anche» e di «questo» «questi» «questa»(vv. 56-59), mentre i versi 51-52 presentano un iperbato. (Vv. 54-55) apostrofe. Al verso 55 «speme» è metafora di Silvia, che è diventata la speranza. Al verso 61 abbiamo l’ultima apostrofe «tu, misera, cadesti» della canzone. La lirica si conclude con un significativo enjambement (vv. 62-63).

In tutta la canzone sono presenti numerose allitterazioni: ricorrono la sillaba «vi» le lettere «t», «l», «m», «n» e «v».

I temi

Ricordo vago e indefinito. La lirica non propone una vicenda d’amore, la situazione è lasciata nel vago e nell’indeterminato. Ciò che unisce Silvia e il poeta è il parallelismo tra due condizioni: la fanciulla e il poeta sono associati solo dalla condizione giovanile e dalle sue speranze poi deluse. Tutta la lirica è caratterizzata dalla cifra della vaghezza; l’immagine di Silvia vive solo di due particolari: gli occhi «ridenti e fuggitivi» e l’atteggiamento «lieto e pensoso».

La realtà come filtro. Il mondo esterno è percepito da Leopardi attraverso la finestra, che lo separa dal mondo, impedendo il contatto diretto con la realtà. Anche l’immaginazione del poeta è un filtro, così come la memoria storica e letteraria.

Giovinezza (rievocata e rivissuta) caratterizzata dalla spensieratezza che non è frivola perché sono presenti anche l’ansia per il futuro, l’incertezza, le speranze e le dolci attese. Silvia è l’immagine della giovinezza.

Passaggio dalla giovinezza all’età adulta con la perdita delle illusioni giovanili e l’acquisizione adulta della sofferenza e della vita.

Scelte stilistiche

Questa canzone è divisa in sei strofe di endecasillabi e settenari che si alternano senza uno schema rimico preciso. A Silvia è una canzone libera o leopardiana: il poeta riprende la codificazione della canzone italiana (Petrarca, Canzoniere) imposta come modello da Pietro Bembo e conserva i versi tradizionali, ma senza una sequenza prestabilita e uno schema rimico prefissato.

La sintassi è piana e limpida, fatta di periodi brevi e poche subordinate.

Il lessico è accessibile e di registro medio, sono presenti alcuni latinismi e parole di lessico alto («ove», «quinci»), per contro vi sono alcuni termini comuni («menare il giorno»). Alcune scelte lessicali sono legate a reminiscenze di passi di autori, ma anche da ragioni foniche e metriche.

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