Visto che la pesca dell’anno era stata scarsa, padron ‘Ntoni acquista a credito dall’usuraio zio Crocifisso una partita di lupini; Bastianazzo prende il mare con il carico da rivendere. Quel piccolo commercio segna la rovina della famiglia perché la barca fa naufragio e Bastianazzo muore. Siamo di sabato sera: Mena è affacciata sul ballatoio della casa e parla con Alfio alla luce delle stelle, implicito accenno al loro amore. Poco dopo su tutto il paese si abbatte una tempesta che si protrae per l’intera giornata della domenica.

All’inizio del brano Maruzza torna in casa perché è tardi; Mena invece parla con Alfio dal ballatoio della sua finestra che dà sull’osteria dove si intrattiene il giovane.  Le stelle, mentre i due parlano, sembrano ammiccare e paiono accendersi,  mentre le stelle centrali della costellazione di Orione (le stelle vengono chiamate di Sant’Andrea perché la loro disposizione ricorda una croce) scintillano sui faraglioni. Il nonno si affaccia sulla finestra dicendo «mare amaro!”.

Dopo la mezzanotte il vento si «mette a fare il diavolo» e il mare muggisce intorno ai faraglioni. Maruzza, vedendo la tempesta, non dice nulla, ma appare davvero provata; nel frattempo padron ‘Ntoni guarda il mare pensando alla Provvidenza e a Bastianazzo.

Nel brano emergono numerosi personaggi, i quali commentano la vicenda di Bastianazzo e la sventura della famiglia Malavoglia, che ha tentato di arricchirsi, ma sta per perdere tutto.

Il primo a commentare la vicenda è Padre Fortunato Cipolla, che mentre è dal barbiere, afferma che non darà neanche due soldi per Bastianazzo, in cambio del carico e della Provvidenza stessa.

Quando la tempesta si fa più forte, alcuni paesani si rifugiano in chiesa dove i pettegolezzi continuano, si dice che Crocifisso sia andato a cercare padron ‘Ntoni per fargli confessare che i lupini glieli aveva dati a credito. Zio Crocifisso va poi in chiesa a pregare, «intonando strofe che avrebbero toccato il cuore a Satana». Sull’imbrunire Maruzza va ad aspettare il ritorno di Bastianazzo, insieme ai suoi figlioletti, mentre si gratta il capo guardando il mare, appare tormentata. Le comari del paese le dicono qualche parola quando la scorgono e lei resta un po’ sgomenta da tutte quelle attenzioni, mentre ripete disperata «Oh! Vergine Maria!».

Lo zio Santoro ad annunciarle la morte del marito, poiché quando la vede passare vicino all’osteria, le dice «Requiem aeternam» (pace eterna). Maruzza torna a casa e si ritrova davanti un gruppo di vicine che l’aspettano, mentre continuano a ripetere «Che disgrazia! E la barca era carica! Più di quarant’onze di lupini».

I cori popolari, che caratterizzano questo brano, fanno capo al discorso corale ottocentesco, di cui Verga si avvale, ispirato dai romanzieri francesi. Verga, per esempio, non descrive la morte di Bastianazzo sulla Provvidenza, ma il processo per cui questa diventa realtà per il villaggio e per sua moglie, attraverso i discorsi, i gesti e le attitudini di tutti i membri della comunità.

Nei Malavoglia lo spazio acquista un valore ambiguo: il cielo e il mare sono simbolo di speranza, ma rimandano anche alla natura ostile e alla morte. Nel colloquio serale tra Mena e Alfio l’atmosfera di malinconia e sospensione anticipa la burrasca; la sensibilità di Mena si esprime nella contemplazione del cielo stellato, simbolo degli inconfessabili sogni d’amore della ragazza per Alfio.

La contrapposizione degli spazi è evidente: nonostante non sia descritto nessun luogo, in primo piano sono rappresentati gli spazi chiusi come le botteghe del paese, mentre sullo sfondo gli spazi aperti, come il mare, racchiudono figure isolate come quella di padron ‘Ntoni. Un altro tema evidente è lo straniamento: il contrasto tra il punto di vista esplicito dei paesani e quello dell’autore crea un effetto straniante che capovolge le valutazioni. Sembra naturale, per esempio, compatire padron ‘Ntoni più per la perdita dei lupini che per quella del figlio.

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